L’ABUSO DEL DIRITTO: occorre certezza tra fisco e contribuente.
Sull’elusione fiscale e abuso del diritto esiste oggi una situazione di incertezza per le imprese, che si è acuita nel corso degli anni, anche per una giurisprudenza contraddittoria sulla materia. Da più parti si invoca un intervento del legislatore che consenta di dare certezze al sistema delle imprese.Non è facile comprendere il principio secondo il quale un dato comportamento, anche se formalmente corrispondente al contenuto di un diritto, possa risultare abusivo e perciò illegittimo. E’ ciò che avviene nel caso dell’abuso del diritto. Ma vediamo in sintesi di cosa si tratta. Una norma fiscale prevede che non si possono opporre all’Amministrazione finanziaria atti privi di valide ragioni economiche ma diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario e ad ottenere quindi riduzioni di imposte o rimborsi altrimenti non dovuti. Come è quindi possibile rilevare un abuso di diritto? I riferimenti sono molteplici e si sono sovrapposti nel tempo, creando una situazione difficilmente decifrabile per il contribuente, cittadino o impresa che sia. La Corte di Cassazione ha stabilito in questi anni dei principi in tema di elusione fiscale e abuso del diritto che da una parte hanno dato dei parametri di riferimento ai giudici ma, dall’altra, hanno creato incertezze agli operatori economici, rendendo più difficili le operazioni commerciali. Secondo i giudici della suprema Corte il contribuente non deve mai trarre vantaggi fiscali indebiti dall’utilizzo distorto di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio fiscale: tutto ciò anche se questi strumenti non contrastino con alcuna specifica disposizione. La giurisprudenza prevede inoltre che questo divieto è valido sia per le imposte dirette che per quelle indirette e può essere rilevato d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo, con la possibilità di avere valore retroattivo, con ciò sanzionando attività svolte in un passato nel quale la chiarezza interpretativa delle norme poteva essere minore rispetto al momento attuale. Inoltre il legislatore, nella formulazione della norma di riferimento, dapprima afferma che l’abuso di diritto è quello che mira ad ottenere “fraudolentemente” un risparmio d’imposta ma subito dopo allarga il principio a tutto ciò che ha lo scopo “di ottenere riduzioni di imposte o rimborsi, altrimenti indebiti”. Questo ha portato negli anni ad un progressivo allargamento del principio dell’elusione fiscale e, su questo indirizzo, si è contestualmente inserita una ampia (e non di rado contraddittoria) giurisprudenza sia nazionale che comunitaria. In generale, si è andato affermando il principio del divieto assoluto dell’abuso del diritto, a meno che il contribuente non dimostri che sussistano valide ragioni economiche. Si tratta peraltro di una dimostrazione difficile, considerati i limiti del diritto di difesa nell’attuale processo tributario. Tutta la questione è quindi alla fine rimessa alla discrezionalità degli uffici fiscali e dei giudici tributari, creando una situazione nella quale diviene molto complicato muoversi, sempre con il rischio di incorrere in reati. Da tempo si invoca un intervento legislativo urgente sulla materia, affinché venga fatta chiarezza e stabilito con certezza l’ambito di applicazione delle norme sull’elusione. Il legislatore dovrebbe anche rivedere l’applicabilità delle sanzioni amministrative e, soprattutto, penali. L’aspirazione ad un legittimo risparmio di imposta è infatti qualcosa di ben diverso e distinto dall’evasione fiscale: in quest’ultimo caso l’evasore sceglie volontariamente di agire contro la legge e le regole di convivenza sociale, mentre nel primo caso il contribuente valuta, tra due legittime operazioni, quella dove si pagano meno tasse. L’auspicio è quindi che il legislatore regoli definitivamente la questione per dare quella certezza e tranquillità ai contribuenti che rappresenta un elemento indispensabile nella quotidiana gestione di un’attività d’impresa |


