APPRENDISTATO PROFESSIONALIZZANTE: uno strumento per le prime assunzioni che non decolla e la disoccupazione giovanile che cresce.


A otto anni dalla riforma della disciplina dell’apprendistato professionalizzante le imprese devono ancora districarsi tra legislazione nazionale e singole “discipline” regionali. Mentre il tasso di disoccupazione giovanile ha toccato a dicembre 2010, secondo dati ISTAT, il nuovo record del  29% non si riesce a comprendere perché non si trovi il modo di risolvere il tema una volta per tutte, come invece le Parti sociali hanno già dimostrato di riuscire a fare ad esempio nel Contratto Nazionale del Terziario e del Commercio.

“Dare un nuovo impulso all’ occupazione giovanile in Apprendistato” è questa la frase ricorrente che si sente pronunciare ogni qualvolta questo istituto è oggetto di discussione nelle sedi istituzionali e persino sui media. Tuttavia i numerosi tentativi di far decollare l’apprendistato, al centro dell’agenda del Ministero del Lavoro già dal 2008, non sono riusciti finora a incidere compiutamente nella ricerca di una soluzione che consenta alle aziende di ricorrere a questo contratto senza il timore di continui interventi ed evoluzioni normative o applicative a livello regionale, sganciate dai contesti lavorativi.

Il contratto di apprendistato rappresenta una quota pari mediamente al 16-17% degli occupati della fascia d’età 15-29 anni. Nonostante la crisi abbia inciso anche su questo istituto, riportando il numero complessivo degli apprendisti sotto le 600.000 unità dopo un trend in crescita progressiva sviluppato negli ultimi 10 anni, il terziario si conferma ormai dal 2005 il comparto con maggior utilizzo, arrivando nel 2009  (dati ultimo rapporto ISFOL marzo 2011) a una quota del 46% sul totale degli occupati in apprendistato. All’interno di questa quota il primo posto spetta al Commercio con il 22,9% che supera anche l’edilizia e il settore metalmeccanico al terzo posto.

Questi numeri spiegano bene perché il nostro settore, primo tra tutti, ha saputo cogliere, in piena condivisione con le organizzazioni sindacali, l’opportunità di regolamentare attraverso il contratto nazionale di lavoro una disciplina compiuta dell’apprendistato professionalizzante che attribuisse la formazione esclusivamente in ambito aziendale, una possibilità introdotta dalla Legge 133/2008.

La normativa, ponendo in capo ai contratti collettivi la disciplina dell’apprendistato in “formazione esclusivamente aziendale”, ha previsto un canale alternativo a quello delle regolamentazioni regionali, naturalmente con costi della formazione a carico delle imprese, ma soprattutto con possibilità di stabilire contenuti, modalità di erogazione e durata della formazione.

In pratica si è sancito il principio che la formazione interna ad un contratto di lavoro va costruita in azienda secondo regole e contenuti afferenti ai settori, anziché affidarsi ai differenti programmi stabiliti dalle singole Regioni: due apprendisti assunti in due Regioni diverse, ma dalla stessa azienda, devono poter contare sui medesimi contenuti e obiettivi formativi legati al contesto aziendale, visto che poi è l’azienda che deve confermali a tempo indeterminato!

Questa norma ha dunque messo al centro della formazione il ruolo dell’impresa e ha superato molti limiti applicativi delle leggi regionali sull’apprendistato che prevedono la formazione da realizzare prevalentemente all’esterno dell’impresa. Una previsione che mal si concilia con le risorse pubbliche insoddisfacenti. Per questa ragione solo una percentuale di apprendisti può effettivamente essere coinvolta nelle attività di formazione, che viene inoltre prevalentemente svolta attraverso attività d’aula, quasi mai rispondente ai bisogni delle imprese e spesso ritenuta poco utile dagli stessi apprendisti.

Anche dove è prevista parte di formazione interna le Regioni hanno poi ristretto l’ambito nel quale le imprese possono realizzare la formazione, disciplinandone le singole modalità di attuazione.

Ecco perché l’intesa del settembre 2009 sottoscritta da Confcommercio con Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, parte integrante del CCNL del Terziario, della distribuzione e dei servizi, aveva invece, in piena crisi economica, dato davvero “un nuovo impulso alla occupazione giovanile in apprendistato”, attivando in pochi mesi (novembre-marzo) un alto numero di contratti in apprendistato. Il contratto nazionale prevede inoltre che il settore è tenuto obbligatoriamente a confermare l’80% dei rapporti di apprendistato, un impegno che la Distribuzione Moderna Organizzata ha sempre mantenuto. Tuttavia la situazione è radicalmente mutata con la sentenza della Corte Costituzionale del maggio 2010, emessa su ricorso di otto Regioni che ritenevano violata la loro competenza sulla formazione professionale, e tutto si è bloccato. La Corte è infatti intervenuta a modificare in parte la norma del 2008 lasciando la previsione ai contratti collettivi, ma in “raccordo” con le Regioni. Ciò ha ingenerato una situazione di incertezza per le imprese che ha nuovamente frenato l’utilizzo dell’apprendistato.

Da allora nessun passo avanti è stato fatto, né con l’avviso comune del settore sottoscritto ad agosto 2010 né con l’intesa di settembre 2010 tra Governo, Regioni e parti sociali, un’ intesa promossa dal Ministero del Lavoro sul rilancio dell’apprendistato che avrebbe dovuto avviare un tavolo tripartito per la definizione di linee guida per la riforma dell’istituto valorizzando il ruolo della formazione aziendale.

A questo punto resta solo lo spiraglio inserito nel Collegato lavoro, in cui si prevede la delega al Governo ad intervenire per il riordino delle varie forme esistenti di apprendistato entro 24 mesi dall’entrata in vigore della legge e auspichiamo che il lavoro si avvii quanto prima.

E’ arrivato infatti il momento di dare una risposta definitiva alla regolamentazione dell’apprendistato professionalizzante progredendo nella direzione indicata dalla Legge del 2008 sulla formazione esclusivamente aziendale. Forse così si riuscirà a dare finalmente anche un’opportunità concreta a quel 29% di giovani disoccupati che non aspirano a fare corsi, ma a trovare un’occupazione acquisendo competenze professionali vere e spendibili nel modo del lavoro.

 

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