Aperture di nuovi punti vendita

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Sintesi

Il “Decreto Bersani” del 1998 si proponeva di eliminare le barriere che avevano condizionato lo sviluppo del commercio in Italia, determinando un apparato distributivo arretrato e antieconomico. La sua attuazione in sede regionale e locale ha però fatto emergere un quadro critico, con l’approvazione di normative differenti su base regionale che rappresentano un ostacolo soprattutto alle imprese presenti in più regioni. La Direttiva europea Bolkestein e le leggi nazionali varate dal Governo Monti erano state redatte con l’obiettivo di semplificare ed uniformare le procedure per l’apertura di nuovi punti vendita, introducendo maggiore libertà d’azione per gli imprenditori e semplificazione delle procedure. Ancora oggi, invece, numerose Regioni continuato a varare provvedimenti in contrasto con le norme nazionali e comunitarie e, di conseguenza, Federdistribuzione e le aziende devono proseguire nelle rispettive azioni di contrasto alle normative in questione.
L’auspicio è che si possa finalmente giungere, come previsto dalla normativa nazionale vigente, a normative locali quanto più possibile uniformi e prive di vincoli e limiti ingiustificati, con criteri di programmazione qualitativi. Un intervento come quello auspicato, infatti, è finalizzato al raggiungimento della libertà d’impresa, per un nuovo sviluppo competitivo e sostenibile, finalizzato anche all’ammodernamento dell’apparato commerciale esistente.

Con il Decreto Legislativo n. 114/1998 (c.d. Decreto Bersani) venivano superate le barriere poste dalla Legge n. 426/1971 in materia di programmazione commerciale, che avevano ingessato per quasi trenta anni lo sviluppo del commercio in Italia e portato a un apparato distributivo inadeguato e antieconomico.

Il Decreto Bersani (ispirato alle logiche e ai principi della tutela della libertà imprenditoriale e del mercato e dello sviluppo competitivo) introduceva, infatti, una programmazione urbanistico/commerciale esclusivamente a carattere qualitativo, in netta antitesi ai rigidi criteri quantitativi (contingenti di superficie, predeterminazione del numero/dimensione/tipologia/ubicazione del punto di vendita, limiti massimi di superfici di vendita, ecc.) sino ad allora adottati in Italia.

La fase di attuazione locale di questa disciplina, però, è risultata: molto lunga nei tempi di recepimento (in Sardegna è stata addirittura ultimata nel 2006); cauta nell’apertura alle logiche innovative introdotte (prevalenza di normative regionali tendenti a una mediazione con il passato se non a ribadire criteri assolutamente contrastanti con i dettati del Decreto n. 114 ); disomogenea a livello di singole Regioni (con rilevanti differenziazioni anche nelle successive applicazioni delle norme da parte di Province e Comuni).

La Legge Costituzionale n. 3/2001, che ha attribuito una competenza esclusiva, in chiave federalista, alle Regioni, ha purtroppo acuito differenziazioni e criticità nelle impostazioni disciplinari regionali e locali.

Al riguardo, si segnala, in particolare:

  1. il diffuso permanere di rigidi criteri quantitativi;
  2. l’attribuzione alle Province di competenze ben maggiori di quelle stabilite dal Decreto Bersani ;
  3. la ricorrente previsione di blocchi alla concessione di nuove autorizzazioni per le medie e grandi strutture;
  4. la “sterilizzazione” degli interventi di razionalizzazione e ammodernamento dell’apparato distributivo esistente.

Con il Decreto Legislativo n. 59/2010 sono state recepite in Italia le prescrizioni della Direttiva comunitaria sui servizi nel mercato interno 2006/123/CE (c.d. Direttiva Bolkestein) che, di fatto, pur confermando la necessità di un impianto autorizzatorio per le medie e grandi superfici, prevede l’unico limite al rilascio delle stesse nel caso di contrasto con un diverso interesse collettivo, escludendo quindi qualsiasi criterio di programmazione nazionale o locale in materia che non sia a carattere esclusivamente qualitativo.

Questo principio è stato peraltro anche esplicitato all’articolo 3 della Legge n. 148/2011 che, nell’ambito della libertà e tutela del mercato e della concorrenza quale valore costituzionale primario, esclude la possibilità della vigenza di norme nazionali e locali contrastanti con il principio costituzionale stesso. Tali principi di liberalizzazione, come noto, sono stati ripresi e ampliati dai successivi interventi legislativi in materia contenuti nelle c.d. “Salva Italia” e “Cresci Italia” del Governo Monti e nel “Decreto Competitività” del Governo Renzi.

Anche dopo il recepimento della Direttiva Bolkestein, però, si è dovuto registrare il permanere della tendenza a provvedimenti regionali di attuazione estremamente diversificati.

L’auspicio della Federazione era che con le previsioni citate e, in particolare, con l’attuazione delle prescrizioni del “Salva Italia”, si potesse finalmente superare in modo definitivo questo quadro negativo, attraverso discipline regionali di programmazione commerciale uniformemente ispirate a criteri esclusivamente qualitativi, coerenti con le nuove disposizioni nazionali. Nello specifico, entro il 30 settembre 2012, le Regioni e gli altri enti locali avrebbero dovuto adeguare i propri ordinamenti ai principi di liberalizzazione introdotti dal secondo comma dell’articolo 31.

Purtroppo nella fase iniziale del processo di attuazione a livello locale del “Salva Italia” si è dovuto registrare il permanere di scelte e interventi legislativi da parte di alcune Regioni che sono risultate in contrasto con le prescrizioni nazionali intervenute.

Ancora oggi Federdistribuzione e le aziende associate proseguono nella propria costante attività di opposizione contro le normative locali non conformi alla legge nazionale, tramite la segnalazioni alle istituzioni competenti (TAR, Presidenza del Consiglio dei Ministri e Consiglio di Stato) l’annullamento dei provvedimenti contrari ai principi stabiliti a livello nazionale.

Si evidenzia, infine, la necessità che anche le scelte di pianificazione urbanistica per la localizzazione di insediamenti commerciali non facciano riferimento solo ad indicatori di tipo quantitativo (quote di mercato, volumi di vendita, adeguatezza dell’offerta presente, ecc.), ma tengano in adeguata considerazione l’obiettivo di costituire una rete distributiva che assicuri migliore qualità dei servizi per il consumatore e maggiore efficienza per le imprese.

Federdistribuzione sta proseguendo la propria costante attività di monitoraggio e di segnalazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e all’Antitrust dei provvedimenti legislativi che ancora non dovessero recepire le citate normative nazionali e comunitarie in materia di programmazione commerciale.

Posizione FD

Come previsto dalla disciplina nazionale vigente, è necessario ricercare indirizzi legislativi regionali di corretto e tempestivo recepimento delle prescrizioni comunitarie e nazionali in materia, con quadri normativi impostati su criteri esclusivamente a carattere qualitativo. Le discipline regionali e locali devono quindi prevedere, in particolare, una sostanziale libertà di apertura di nuovi esercizi senza contingenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura, esclusi quelli connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente ivi incluso l’ambiente urbano e dei beni culturali.
Federdistribuzione auspica, quindi, che l’applicazione di tali normative trovi concreta e definitiva applicazione nei provvedimenti regionali nel più breve tempo possibile.