Politiche attive del lavoro

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Posizione FD

In un contesto socio-economico di grande cambiamento, le politiche attive del lavoro dovranno assicurare alla persona tutele universali ed uniformi su tutto il territorio nazionale, consentendo il coinvolgimento attivo nell’inserimento / reinserimento nel mercato del lavoro. La creazione di un sistema nazionale della formazione in grado di ricomporre e coordinare la frammentarietà degli interventi regionali potrebbe contribuire a fornire un maggiore impulso alla mobilità del lavoro, oltre che consentire un maggiore ricorso a quegli “strumenti della transizione” (apprendistato, tirocini, alternanza, ecc.) che facilitano l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro e lo sviluppo di partnership locali con le istituzioni anche formative.

Da diversi anni il mercato del lavoro è stato oggetto di profondi cambiamenti: la crisi economica e l’applicazione di nuove tecnologie hanno messo in difficoltà i tradizionali modelli di business ed imposto una evoluzione nella composizione della forza lavoro.

Per tale ragione divengono essenziali politiche attive del lavoro tese ad assicurare alla persona tutele universali ed uniformi su tutto il territorio nazionale, al fine di garantire il posizionamento e/o riposizionamento del lavoratore nel mercato.

I modelli ispirati alla c.d. flexsecurity muovono da una idea di mercati tendenzialmente stabili, nei quali la transizione tra un posto di lavoro e l’altro sia un fenomeno residuale.

Nei nuovi mercati della transizione continua occorrono, invece, istituzioni pubbliche, private e privato-sociali capaci di offrire sempre molteplici opportunità di apprendimento e di evoluzione delle competenze funzionali alla occupabilità della persona.

In tale contesto andrebbe rafforzato il coordinamento centrale della rete dei servizi per le politiche del lavoro, come prima risposta alla necessità di una cornice giuridica nazionale di riferimento, per uniformare le condotte regionali, soprattutto per i settori caratterizzati da aziende multilocalizzate, come quello Retail.

Nell’ottica di una “leale collaborazione” tra Stato e Regioni per la gestione delle politiche attive del lavoro, potranno poi essere valorizzate, a livello locale, le buone pratiche già esistenti che consentono la concorrenza tra soggetti pubblici e privati che operano nei servizi per l’impiego. Tuttavia, il loro ruolo dovrà sempre più tendere allo sviluppo di collaborazioni reticolari con aziende, scuole, università, enti per la formazione, camere di commercio, ecc., funzionali ad intercettare le necessità del territorio per rilevare (o, meglio ancora, anticipare) i fabbisogni del tessuto produttivo, contribuendo a rendere più efficiente il sistema di incontro tra domanda ed offerta di lavoro.

Con riguardo al tema della formazione, non mancano difficoltà, da parte di aziende distribuite su tutto il territorio nazionale, nel ricorrere all’utilizzo del contratto di apprendistato o nell’attivare strumenti utili ad avvicinare i giovani al mercato del lavoro come i tirocini, a causa della presenza di vincoli normativi regionali disomogenei che obbligano le imprese ad adattare le proprie strategie (ed i relativi budget) in relazione a 20 normative differenti.

La creazione di un sistema nazionale della formazione in grado di ricomporre e coordinare la frammentarietà degli interventi regionali potrebbe contribuire a fornire un maggiore impulso alla mobilità del lavoro, oltre che consentire di sviluppare orientamenti scolastici ai “mestieri” che possono agevolare l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro anche attraverso esperienze di integrazione tra momento formativo e quello lavorativo.