Posizioni Federdistribuzione

PRASSI COMMERCIALI SLEALI / MDD

Un’idea diffusa nel dibattito a livello europeo è che la crisi strutturale dell’agricoltura europea è dovuta ad uno squilibrio di potere negoziale tra operatori della filiera, a scapito degli agricoltori e che una risposta a questa crisi passa da una regolamentazione dei rapporti B2B nella filiera e da un freno lo sviluppo della Marca del Distributore in quanto visto come strumento di “strapotere” delle Grande Distribuzione Organizzata (GDO) sul mondo produttivo.

Perseguire obiettivi di bilanciamento delle posizioni negoziali lungo la filiera non deve significare intervenire con obblighi o vincoli normativi che irrigidiscano le relazioni commerciali tra soggetti privati limitandone la libertà d’azione. Bisogna continuare ad assicurare il più possibile la concorrenza tra gli operatori a beneficio diretto dei consumatori.

Nonostante la Commissione europea abbia più volte chiaramente escluso l’opzione normativa ritenendola non opportuna, si sono moltiplicati gli appelli politici per adottare un quadro normativo armonizzato a livello europeo mirato a lottare contro le prassi commerciali scorrette tra operatori della filiera ed eliminare il c.d. “fear factor”.

È oramai cosa – quasi – fatta, manca solo l’approvazione formale, prevista attorno a marzo-aprile 2019, da Parlamento europeo e Consiglio dell’Ue, del testo condiviso (scarica il testo integrale) insieme alla Commissione a fine dicembre 2018. Una direttiva che prevede un quadro di armonizzazione normativa minima che permettere agli Stati Membri di prevedere misure più stringenti nel recepire l’atto normativo comunitario a livello nazionale.

Il compromesso finale non convince: non solo snatura la proposta originaria della Commissione che era tutto sommato equilibrata ma è molto probabile che, alla fine, non tuteli neanche chi, nella filiera, ne abbia davvero bisogno. Il nodo principale intorno al quale si era accesa la discussione e cioè appunto, quali sono i soggetti che devono essere tutelati dall’eventuale esercizio di pratiche sleali, si è sciolto ma con una soluzione difficilmente concepibile perché dannosa per la GDO e il consumatore: invece di limitarsi, giustamente, alla tutela delle piccole e medie imprese agricole, l’ambito di applicazione è stato allargato ai fornitori della GDO con un fatturato annuo fino a 350 milioni di euro. Questa impostazione incrementa di fatto il potere negoziale della grande industria agroalimentare sulla distribuzione commerciale, con possibili impatti negativi anche per il consumatore finale.

Un altro aspetto altrettanto preoccupante e forse anche al limite della conformità con le regole di parità di trattamento tra operatori economici: perché mai le pratiche sleali dovrebbero essere imposte, in maniera unidirezionale, solo da distributore a fornitore e non l’ipotesi opposta?  Alcuni marchi industriali sono cosi indispensabili nell’assortimento della GDO che possono mettere in atto a loro volte pratiche scorrette nei confronti della distribuzione, soprattutto in un quadro italiano in cui il settore distributivo è frammentato e si deve confrontare con imprese industriali di grandi dimensioni. Manca quindi il concetto di reciprocità a tutela di tutti gli operatori della filiera, distributori compresi.

La risposta europea non fornisce una soluzione alle difficoltà del mondo agricolo. La sostenibilità dell’agricoltura, in particolare italiana, dovrebbe passare invece da una maggior efficienza lungo la filiera dove le imprese della GDO costituiscono un importante vettore di stimoli in termini di qualità produttiva, organizzazione, capacità di innovare, logistica. In una parole: crescita.