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La ripresa passa dalla domanda interna

La pandemia ha sconvolto ogni piano sul fronte economico e sociale. Se, ad un anno dall’inizio della pandemia, le conseguenze sanitarie appaiono drammatiche (oltre 110 milioni di persone sono state contagiate in tutto il mondo, più di 3 milioni solo in Italia dove i decessi sono ormai a quota 100 mila, con una conseguente mortalità totale paragonabile a quella della Seconda Guerra Mondiale), le ripercussioni economiche risultano altrettanto pesanti.

Stante le stime dell’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2020 il Prodotto Interno Lordo è calato a volume del -8,9%: il dato a prezzi costanti (inferiore di 123 miliardi a quello del 2019) riporta la ricchezza nazionale al 1997: un enorme balzo all’indietro dopo anni di minuscoli passi avanti per recuperare dalla crisi dei mutui subprime.

«A trascinare la caduta del PIL – spiega l’Istat – è stata soprattutto la domanda interna e in particolare la caduta dei consumi privati», crollati non solo per effetto delle reali limitazioni alla spesa dovute alle norme anti-Covid e di una riduzione complessiva del reddito: a spingere verso il basso gli acquisti delle famiglie sono stati anche fattori precauzionali legati, da un lato, alla paura del contagio e, dall’altro, all’elevata incertezza per il futuro. Con un quarto trimestre ancora in territorio negativo (-2,7% la variazione congiunturale, -9,8% quella tendenziale), il 2020 si chiude con un decremento reale della spesa delle famiglie residenti del -10,7%; ancor più pesante il dato relativo alle famiglie sul territorio economico (-11,7%).

Nella débâcle generale, eterogenee sono le dinamiche delle diverse tipologie di spese, sintomo dei profondi mutamenti di consumo provocati dalla pandemia e dalle conseguenti misure di contrasto, alcuni di carattere temporaneo, altri destinati a permanere anche quando l’emergenza sanitaria sarà superata. Se i consumi alimentari casalinghi presentano il segno positivo (+1,9%), l’entità dell’incremento registrato non è tale tuttavia da compensare la profonda flessione dei consumi fuoricasa, fortemente penalizzati dalle prolungate chiusure e dalla paura del contagio. Tra i pochi comparti in crescita anche quello relativo alle spese di gestione della casa (+0,6%): causa i lockdown e le importanti restrizioni alla circolazione, nel 2020 l’abitazione è diventata di fatto lo spazio di permanenza privilegiato, se non spesso l’unico. Un ultimo settore con segno più è quello della tecnologia e comunicazione: costretti in casa, gli italiani hanno incrementato gli acquisti in servizi che consentissero loro di mantenere vivi i rapporti anche lavorativi con il mondo esterno, almeno “digitalmente”. Molto più numerose sono però le voci di consumo che presentano flessioni, per alcune classi di prodotto particolarmente pesanti. Prevedibilmente, a subire l’impatto maggiore della crisi sono state le spese percepite per le attività fuori casa, come l’alloggio, i servizi ricreativi e culturali, i pacchetti vacanza, i servizi di trasporto, le spese per i mezzi di trasporto (consumi di carburanti), e ancora vestiario e calzature: per tutte queste categorie la flessione è a doppia cifra.

Si evidenzia infine il boom dell’e-commerce: gli acquisti online di prodotto hanno registrato nel 2020 un incremento superiore al +30% (oltre il 100% per il food&beverage). Con le limitazioni agli spostamenti imposte dal governo e la volontà di molti di evitare occasioni di contagio, sempre più persone si sono rivolte al mondo dello shopping online scardinando spesso le pre-esistenti resistenze agli acquisti digitali: i progressi registrati negli ultimi mesi sono così paragonabili a quelli degli ultimi dieci anni.

Chiuso il 2020, l’attenzione ora si sposta all’anno in corso. Le premesse per i primi mesi non sono rosee. A inizio marzo la situazione sanitaria appare ancora piuttosto grave, anche a causa di una campagna vaccinale che stenta a decollare. Con un numero sempre crescente di aree in zona arancione rinforzato/rossa, difficile attendersi una rapida ripresa dell’economia in generale e dei consumi nello specifico. È invece presumibile che questi ultimi restino deboli, in particolare nella componente servizi, per tutto il 1° semestre mentre più positive sono le previsioni per la seconda metà dell’anno quando verosimilmente una quota sempre più alta della popolazione sarà vaccinata: solo a queste condizioni si potrà concretizzare una reale ripartenza.

Con queste premesse, una volta recuperata una “pseudo normalità”, le famiglie potrebbero dare impulso alle proprie spese, utilizzando parte di quanto risparmiato nel 2020; è tuttavia più probabile che, data la persistente incertezza generale, l’approccio ai consumi rimanga cauto per tutto il 2021. Un’altra “eredita” di questa pandemia è l’incremento del numero di famiglie in difficoltà economica (l’Istat stima un incremento di un milione di persone in più in povertà assoluta in Italia nell’anno della pandemia).

Se l’Italia vuole tornare a crescere è prioritario che progetti un’effettiva ripresa dei consumi delle famiglie, responsabili del 60% del PIL. Nel progettare un reale rilancio dell’economia italiana, occorre individuare efficaci strumenti di stimolo alla spesa privata, che abbiano effetto a breve ma soprattutto a medio e lungo termine: occorre dare un segnale chiaro e strutturale affinché le famiglie possano fare fronte ai propri bisogni senza incertezze del domani.

Occorre sostenere innanzitutto le spese delle famiglie maggiormente colpite dalla crisi, ossia quelle che hanno registrato una contrazione del reddito e stanno ancora riducendo i consumi pur intaccando i risparmi disponibili; al tempo stesso, sono necessari interventi volti a stimolare i consumi anche da parte di quelle famiglie che non hanno subìto riduzioni rilevanti del proprio potere d’acquisto ma che per motivi precauzionali stanno aumentando l’ammontare dei propri risparmi.

Occorre far leva sui consumi per riattivare l’economia: senza il loro impulso la nostra economia è destinata a uno sviluppo lento, tale da ampliare ulteriormente il gap di crescita registrato dal Sistema Italia negli ultimi 15 anni rispetto ai principali colleghi europei.

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