Misure per il rilancio: non dimenticare le grandi imprese

Ancora oggi, a distanza di più di due mesi dalla diffusione a livello mondiale della pandemia da Covid-19, è impossibile prevedere quando e come l’emergenza sanitaria terminerà né tantomeno predire quali pesanti strascichi economici lascerà in eredità.

Stante i dati provvisori pubblicati dall’Istat, nel primo trimestre dell’anno il PIL italiano ha registrato un crollo del -4,7% su base congiunturale e del -4,8% su base tendenziale. In termini assoluti, occorre tornare al 4° trimestre del 1999 per trovare un dato peggiore. Il calo appare ancor più tragico se si considera che gli impatti economici da Coronavirus si concentrano nel mese di marzo, mese in cui la produzione industriale ha registrato un crollo del 29,3%, con settori che mostrano cadute di oltre il 50%.

Non consola sapere che analoghe dinamiche del PIL sono state registrate nelle altre principali economie europee e negli Stati Uniti. Simili e ugualmente drammatiche sono infatti le cadute dell’economia francese (-5,8%) e spagnola (-5,2%); a -4,8% ammonterebbe inoltre la contrazione dell’economia americana, il cui crollo risulta strettamente legato a quello delle spese personali, che sono diminuite del -7,6%. Allargando la prospettiva e allungando l’orizzonte temporale all’intero anno il World Economic Outlook del FMI stima per l’anno in corso una contrazione del PIL mondiale del -3,0%, ovvero 6,3 punti percentuali in meno rispetto alle stime di gennaio.

Tornando in Italia e spostando il focus sui consumi, dapprima il lockdown e la chiusura di negozi e attività di servizio, quindi l’ondata di sfiducia e la riduzione – talvolta totale – del reddito hanno modificato le abitudini di spesa dei consumatori e ridotto drasticamente la loro propensione agli acquisti, azzerando le spese non necessarie (o non realizzabili visti i vincoli esistenti) e limitando quelle non procrastinabili.

Indicazioni, per quanto parziali, sull’entità del pesante calo sono desumibili dai dati sulle vendite al dettaglio nel mese di marzo, che riportano una flessione a valore del 18,4%, determinata dal tracollo delle vendite dei beni non alimentari (-36%); in crescita al contrario le vendite di quelli alimentari (+3,5%), condizionate dalla corsa all’accaparramento delle prime settimane dell’emergenza. Non meno tragiche le stime di previsione annuale elaborate da differenti istituti o enti. REF Ricerche, nel suo periodico di analisi e previsione, ipotizza per il 2020 un decremento della spesa delle famiglie residenti del -8,0%. Pressoché identica quella di Confcommercio (-7,8%) così come non dissimile quella del Governo nel Documento di Economia e Finanza 2020 (-7,2%).

Lo scenario prospettato appare tragico, per famiglie e imprese. Alcune misure attuate dal Governo per superare l’immediata situazione di emergenza sono da vedere con favore, sebbene talvolta rese di complessa attuazione per troppa burocrazia: è il caso degli ammortizzatori sociali e del rinvio di alcuni obblighi contributivi e fiscali. Ma altre, soprattutto quelle più recenti annunciate nel “Decreto rilancio”, appaiono deludenti per il nostro settore, essendo principalmente rivolte alle imprese di piccola o media dimensione, trascurando le aziende più grandi, che stanno subendo al pari delle altre gli impatti della crisi, concentrati nel settore non alimentare. Un atteggiamento miope, non consapevole che le difficoltà delle grandi imprese si possono trasformare in difficoltà per l’intero Paese e per singoli territori, portando a forti riduzioni degli investimenti, volano dello sviluppo locale, e dei livelli occupazionali. Occorre, a nostro avviso, cambiare l’impostazione dei provvedimenti, comprendendo ogni dimensione d’impresa. Il commercio, soprattutto non alimentare, è in crisi, indipendentemente dalle dimensioni d’impresa, e tutto deve essere sostenuto. Ciò a partire dai decreti che dovranno guidare la ripresa del Paese durante la cosiddetta Fase 2, ma anche nei mesi successivi, quando, sperando di aver superato il periodo più acuto della crisi, si dovrà dare un orientamento reale e concreto al nuovo sviluppo.

Il ruolo delle grandi imprese non può essere trascurato o dimenticato, ma deve al contrario diventare un punto centrale del nuovo progetto Italia, pur senza trascurare le altre realtà. Continueremo dunque a sostenere misure che siano in grado di ridare fiato alla DMO, soprattutto nella sua componente non alimentare che sta attraversando un momento drammatico, per farne un elemento cardine della ripresa. In particolare riteniamo fondamentale sostenere i redditi delle famiglie per dare potere d’acquisto e mettere le persone nelle condizioni di tornare a fare acquisti, superando anche tutte le preoccupazioni e remore che hanno caratterizzato questo periodo e che si proiettano sul futuro. E’ inoltre indispensabile favorire gli investimenti delle imprese, incentivando nuova efficienza, produttività e competitività attraverso interventi che inseriscano digitalizzazione e tecnologia nei processi aziendali, premiando gli investimenti sostenibili, attenti all’ambiente e in logica di economia circolare.

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