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Contratti a termine: un errore confondere la buona flessibilità con la precarietà

Una modifica del Decreto Dignità era necessaria. Ha fatto dunque bene il Legislatore a stabilire la possibilità di rinnovare o prorogare fino al 30 agosto i contratti a termine in essere al 23 febbraio 2020, in assenza delle c.d. causali previste dalla legge.

Ora si discuterà se allungare l’arco temporale di deroga fino a conclusione d’anno. Fatto sta che, in piena crisi economica, dopo gli effetti della pandemia, la buona flessibilità per le aziende diventa una conditio sine qua non anche a tutela dell’occupazione. D’altronde, per dirla come l’ex sindacalista Giuliano Cazzola “pensare che in una fase in cui regna la più cupa incertezza sul futuro, le aziende siano disposte a caricarsi di personale stabile è una pia illusione”.

Non è quindi sempre vero che flessibilità fa rima con precarietà.
Nel retail, ad esempio, il 90% degli occupati è a tempo indeterminato, ma la dinamica del business prevede picchi strutturali di vendite per periodi brevi (Natale, saldi, Pasqua, back to school, ecc) gestibili anche con forme contrattuali temporanee.

Il vero tema, allora, è come adattare l’organico ai flussi di vendita pur senza una motivazione che giustifichi, secondo l’attuale legge, il ricorso ai contratti a tempo determinato.
I dati parlano chiaro: nel 2019, in mancanza di una causale ad hoc per la gestione dei picchi di attività, le aziende di Federdistribuzione non hanno potuto avvalersi di più di 5.300 lavoratori, formati e “conosciuti”, in quanto già assunti con un primo contratto a termine (c.d. acausale) impossibile da rinnovare.

Ben vengano, nell’attuale congiuntura, tutte quelle soluzioni temporanee per alleggerire le maglie del Decreto Dignità, ma servono soluzioni legislative chiare e strutturali ormai non più rinviabili.
Diversamente – e qua sì che ci sono pochi dubbi – la tanto tutelata “dignità” diventerà domani fragilità per il lavoratore, con tutte le incertezze anche per le aziende a fronte di una ingente perdita di capitale umano da colmare.

Il tutto senza un sistema di politiche attive che aiuti il passaggio da una occupazione all’altra: il contratto a tempo determinato, come oggi lo conosciamo, rischia così di rivelarsi una vera e propria “trappola” e non certo una occasione di lavoro.

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