Quale futuro per l’economia italiana e come impostare la Fase2

L’emergenza Coronavirus ha sconvolto il Paese e l’intero globo. Come ha scritto lo stesso Draghi «la pandemia del coronavirus è innanzitutto una tragedia umana potenzialmente di proporzioni bibliche. Le misure varate dai governi per impedire il collasso delle strutture sanitarie sono state coraggiose e necessarie, e meritano tutto il nostro sostegno. Ma queste azioni sono accompagnate da un costo economico elevatissimo e inevitabile».

Oltre a mettere sotto tensione il sistema sanitario e portare ad un forzato isolamento sociale, lo scoppio della bomba epidemiologica e i conseguenti pesanti ma necessari provvedimenti dal Governo hanno completamente paralizzato l’economia italiana. Il sistema economico è stato colpito da una doppia crisi, della domanda e dell’offerta. Dal lato della domanda l’impossibilità di effettuare acquisti a causa del lockdown (eccezion fatta per i prodotti alimentari e per i farmaceutici) ha ridotto i consumi; oltre a ciò è stata duramente segnata, per analoghi motivi, anche la domanda estera di prodotti italiani e sono in forte contrazione gli investimenti delle aziende. Dal lato dell’offerta la produzione si è contratta a causa dell’arresto dell’attività in molti settori, sia in Italia che nei paesi esteri, Cina “industria del mondo” in primis; tale situazione risulta ulteriormente aggravata da un sistema logistico anch’esso in serie difficoltà.

In questo clima di «economia sospesa», appare oramai scontata una nuova profonda recessione. Le previsioni rilasciate negli ultimi 20 giorni, nel presagire all’unisono un’importante regressione dell’economia, stimano una caduta del PIL nel 2020 che spazia dal -15% (Unicredit Research) a un più mite -4,7% (Fitch), passando dal -9,1% del FMI e dal -6,0% di Confindustria. Per tutti, il rimbalzo dell’anno prossimo non sarà in grado di colmare la perdita subita.

Altrettanto allarmante il quadro relativo ai consumi delle famiglie: già deboli nel 2019 (+0,5%), sono stati anch’essi travolti dallo tsumani “Coronavirus”. Il primo segnale d’allarme arriva da Confcommercio, che stima nel -31,7% il calo dei consumi in marzo 2020. La stessa Confederazione valuta per l’intero anno una riduzione pari al -5,7% (52 miliardi di euro in meno). Non dissimile la previsione di Confindustria, che ipotizza un decremento annuo del -6,8%. Istat, infine, formula due scenari (chiusura delle attività solo nei mesi di marzo e aprile o chiusura estesa fino a giugno): nel primo, il calo dei consumi nel 2020 sarebbe pari al -4,1%, nel secondo del -9,9%.

Il Paese uscirà dunque fortemente provato da questa emergenza e la fortissima riduzione dei consumi avrà inevitabili ripercussioni anche sul commercio e sulla Distribuzione Moderna, sia alimentare che non alimentare. La situazione è evidente per il non food, in cui punti vendita sono chiusi da tempo, per legge o per scelta, con incassi azzerati ma costi fissi attivi (tasse nazionali e locali, contributi, assicurazioni, gestione del personale, canoni di locazione, ecc) e conseguente crisi di liquidità. C’è invece scarsa consapevolezza delle difficoltà a cui andrà incontro la distribuzione alimentare. Dopo i primi tempi di corsa all’accaparramento ora le vendite sono tornate piatte; anzi, considerando che i consumi fuori casa in questo momento si stanno riversando tutti in acquisti presso la GDO, il saldo netto della spesa alimentare è già oggi negativo. Inoltre rimangono alti i costi addizionali di gestione per la sicurezza di clienti e collaboratori e guardando al futuro prossimo l’entità delle variazioni negative dei consumi non potrà che impattare anche sui beni alimentari, destinati così a calare.

Per valicare questa situazione e tornare a crescere diventa quindi indispensabile, oltre a prevedere forme di tutela del potere d’acquisto delle famiglie, impostare una Fase 2 che dia nuovo fiato ai consumi, il vero motore della ripresa, superando le limitazioni che attualmente li ostacolano, attraverso una strategia basata su regole chiare, di carattere nazionale e valide per ogni tipologia di formula distributiva, senza distinzioni:

  • tornare a una piena liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi, per dare maggiori opportunità di acquisto ed evitare sovraffollamenti;
  • rendere più flessibili gli spostamenti tra i comuni per fare la spesa;
  • eliminare le restrizioni nella vendita dei prodotti non alimentari nella GDO;
  • rendere disponibile temporaneamente la vendita al dettaglio per il canale dei Cash&Carry, come già avviene all’estero.

Sarà così possibile ridare un primo senso di normalità alle persone e rialimentare gli acquisti, coinvolgendo intere filiere produttive e imprimendo un nuovo impulso al Paese.

Categoria: Articoli LinkedIn | Tag: .