Buoni pasto

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Posizione FD

Federdistribuzione ritiene che le modifiche normative introdotte negli ultimi anni, se correttamente applicate, potrebbero aiutare a risolvere buona parte le diverse criticità che caratterizzano oggi il sistema dei buoni pasto, anche in relazione alle nuove abitudini di acquisto ed alle modalità di utilizzo dei buoni da parte dei lavoratori. Una corretta applicazione delle regole porterebbe maggiore efficienza ed eliminerebbe oneri e i costi inutili che oggi gravano sulla gestione degli stessi. Vanno risolte le crescenti distorsioni che caratterizzano da sempre questo mercato e che traggono in buona parte origine dalle modalità di assegnazione delle gare pubbliche, che si svolgono, di fatto, al massimo ribasso, in una cornice normativa che ancora non garantisce l’adeguata capitalizzazione delle società emettitrici, né prevede altre forme di garanzia a tutela degli esercenti. Riteniamo quindi non più prorogabile una revisione dell’intero sistema dei buoni pasto, con una riforma complessiva che sia in grado di coniugare le diverse esigenze di servizio, ma anche di garantire le imprese convenzionate sul rimborso dei pasti erogati quotidianamente, sulla base di condizioni economiche sostenibili.

La normativa stabilisce che gli appalti delle Pubbliche Amministrazioni aventi ad oggetto i servizi sostitutivi di mensa devono essere aggiudicati privilegiando la garanzia e la qualità della prestazione, mediante la valutazione dell’aspetto tecnico ed economico dell’offerta. Viceversa, nonostante gli ultimi interventi normativi a riguardo, è evidente come nell’aggiudicazione delle gare continui ad essere preso in considerazione un elemento soltanto, lo sconto applicato sul valore nominale del buono. L’applicazione di questo sconto sul valore del buono costringe poi la società emettitrice a recuperare per altra via il suo margine di profitto.

I limiti al massimo ribasso delle gare pubbliche diventano così un punto di riferimento per tutti i grandi utenti (a partecipazione pubblica o privati), che chiedono sconti analoghi a quelli della pubblica amministrazione nell’acquisito dei buoni pasto per i propri dipendenti. Questo sconto sul valore nominale del buono viene infine compensato dalle commissioni applicate all’esercente (pubblici esercizi o esercizi commerciali) che eroga il servizio all’utilizzatore finale.

Si tratta di una situazione paradossale da cui traggono massimo giovamento, in primo luogo, i grandi utenti pubblici e privati, che pagano meno il servizio sostitutivo di mensa a discapito dei soggetti a valle, ossia di coloro che devono fornire il servizio e che si vedono aumentare anno per anno i costi di commissione richiesti dalle società emettitrici, sempre più in difficoltà nel gestire la logica del continuo ribasso.

Il provvedimento del Ministero dello Sviluppo economico (Decreto n. 122/2017) è intervenuto sulle criticità del mercato, eliminando il divieto di cumulabilità dei buoni (fino a 8 buoni), allargando i prodotti acquistabili (tutti i prodotti alimentari pronti al consumo e non solo quelli di gastronomia), mantenendo il divieto di cedibilità dei buoni pasto e cercando di fare chiarezza in merito alla definizione dei “servizi aggiuntivi”, che devono sempre essere facoltativi. Tuttavia questa disciplina non prevede specifiche sanzioni: l’applicazione è rimessa quindi alla buona volontà degli operatori.

A questo si aggiunga la modifica al Codice degli appalti intervenuta nel 2017 (Decreto legislativo 19 aprile 2017, n. 56), che introduce (art. 90) una modifica (all’art. 144) sui criteri di valutazione per stabilire l’offerta economica più vantaggiosa. Con riferimento al criterio dello sconto concedibile alla P.A. da parte della società emittente, viene previsto che lo stesso non possa essere superiore alla commissione praticata agli esercenti.

La modifica introdotta, che avrebbe dovuto limitare gli sconti alla P.A., evitando che le società emettitrici recuperassero i costi attraverso commissioni non dichiarate in sede di gara pubblica (cd. “servizi aggiuntivi”), non ha modificato ma anzi aggravato la situazione: la P.A. non intende rinunciare ai propri sconti, che si aggirano sul 20 %, e le società emettitrici applicano alla lettera la normativa proponendo condizioni contrattuali per il convenzionamento che si aggirano intorno al 20% (ossia uguali allo sconto da loro concesso alla P.A in sede di gara), salvo poi individuare escamotage per ridurre leggermente i costi all’esercente, laddove lo ritengano.

A questa situazione complessa si aggiunge la questione del fallimento della società Qui Group: nel settembre 2018 il tribunale fallimentare di Genova ha dichiarato fallita la società, con gravi conseguenze per tutti gli operatori (pubblici esercizi ed esercizi commerciali) convenzionati.

Si ritiene non più prorogabile un ulteriore e significativo intervento in termini di applicazione delle norme vigenti che riveda tutta la materia. Federdistribuzione e le associazioni degli esercizi convenzionati hanno richiesto al Mise l’apertura di un tavolo di confronto sui buoni pasto, con la presenza di tutti gli operatori istituzionali ed economici coinvolti (così come previsto dal Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 7 giugno 2017 n. 122), per una riflessione sulla reale tenuta di questo strumento nel breve e medio periodo e per valutare gli interventi più opportuni per garantirne la futura sostenibilità nel mercato.